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mercoledì, 25 Maggio 2022

ANFIA, allarme a Transpotec 2022: “Senza sostegno del governo, l’industria dei rimorchi rischia il blocco totale”

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Gli imprenditori del comparto denunciano costi di produzione insostenibili e un assottigliamento del portafoglio ordini nell’ultimo mese e mezzo.
Forte e tangibile il rischio di una perdita di competitività rispetto ai produttori esteri, per i quali l’impatto della crisi energetica sulle bollette è molto inferiore rispetto a quello delle imprese italiane e le misure di sostegno messe in campo nei rispettivi Paesi sono più consistenti e incisive

Si è svolta stamattina a Fiera Milano–Rho, nell’ambito della fiera Transpotec-Logitec 2022 – manifestazione patrocinata da ANFIA – la conferenza stampa della Sezione Rimorchi dell’Associazione, organizzata per denunciare le serie difficoltà di approvvigionamento e gli enormi rincari di materie prime come ghisa, alluminio, cromo, nichel e argilla, che il protrarsi della crisi energetica e gli impatti devastanti del conflitto in Ucraina stanno creando alle imprese della filiera italiana dei produttori di rimorchi e semirimorchi e degli allestitori di veicoli industriali, per l’80% formata da PMI artigiane familiari.

Alla relazione introduttiva di Gianmarco Giorda, direttore di ANFIA, sulle attuali tendenze del settore manufatturiero del trasporto merci in Italia, ha fatto seguito un momento di confronto tra alcuni imprenditori della filiera – Andrea Zambon Bertoja, presidente della Sezione Rimorchi ANFIA e amministratore delegato di Rimorchi Bertoja; Massimo Menci, direttore generale di Menci & C.; e Matteo Pezzaioli, amministratore di Carrozzeria Pezzaioli. “La situazione è fuori controllo – ha confermato Andrea Zambon Bertoja – I continui aumenti dei prezzi, dell’ordine del 15- 20%, e le difficoltà di reperimento delle materie prime, che si sommano all’impatto della crisi energetica sui costi delle bollette degli stabilimenti produttivi, aumentati di oltre sette volte, obbligano i produttori di rimorchi e semirimorchi a produrre in perdita, senza poter riversare i maggiori costi di produzione sui clienti, imprese di autotrasporto a loro volta alle prese con prezzi dei carburanti e del metano saliti alle stelle. Se fino a un mese e mezzo fa la domanda interna risultava piuttosto stabile e il mercato in ripresa, con il paradosso dei produttori impossibilitati ad evadere gli ordini per via dei costi di produzione insostenibili, ora assistiamo anche ad un assottigliamento del portafoglio ordini. È forte e tangibile il rischio di una perdita di competitività rispetto ai produttori esteri, per i quali l’impatto della crisi energetica sulle bollette è molto inferiore rispetto a quello delle imprese italiane – circa la metà in Francia e tra il 15 e il 20% in meno in Germania – e le misure messe in campo nei rispettivi Paesi per sostenere imprenditori e imprese in questa crisi globale, sono più consistenti e incisive – circa 100 miliardi di euro di aiuti stanziati in Francia e in Germania – di quelle del nostro governo, assolutamente insufficienti. Rallentare o addirittura bloccare la produzione significa penalizzare i dipendenti delle nostre imprese e le loro famiglie, già duramente colpiti, come cittadini, dal rincaro dei costi dell’energia e dei beni di consumo”.

In riferimento alla forza lavoro, Matteo Pezzaioli ha sottolineato che “i dipendenti stanno chiedendo aumenti degli stipendi per poter far fronte ai rincari che li toccano come cittadini e che derivano dalla crescita dell’inflazione. Ulteriori problemi sono rappresentati da un calo della propensione alla manualità e alle esperienze di alternanza scuola-lavoro nelle nuove generazioni e da un incremento delle dimissioni volontarie, già a partire dallo scorso anno: nel secondo trimestre 2021 sono aumentate del 37% rispetto al trimestre precedente e addirittura dell’85% rispetto allo stesso periodo del 2020. Questo ha a che fare con un calo della motivazione professionale e con una ricerca, da parte della forza lavoro, di condizioni e prospettive migliori, difficilmente realizzabili in questa fase di forte crisi. Chiediamo al governo di intervenire in questo senso incentivando iniziative e programmi scuola- lavoro”.

“Se non si risolleva la raccolta ordini, in calo a due cifre nel 1° quadrimestre 2022 rispetto allo stesso periodo del 2021, senza contare l’annullamento di ordini già acquisiti da parte di clienti che non accettano di far fronte agli aumenti dei prezzi o che non hanno più la capacità economica necessaria – ha dichiarato Massimo Menci – le nostre aziende dovranno andare in cassa integrazione subito dopo la pausa estiva. Ci chiediamo anche se, nel 2023, stante l’attuale situazione, i clienti avranno la capacità di far fronte alla consegna dei prodotti ordinati. Sul fronte della formazione, poche scuole indirizzano gli studenti verso le aziende metalmeccaniche. C’è un divario tra domanda e offerta. Chiediamo, quindi, che vengano attivate, dal ministero dell’Istruzione e dal ministero del Lavoro, collaborazioni e percorsi formativi per far sì che gli studenti, nella fase di studio, possano conoscere e comprendere l’iter lavorativo all’interno di un’azienda metalmeccanica”.

“Rivolgiamo un appello al Governo e a tutte le istituzioni – ha concluso Andrea Bertoja – affinché si impegnino ancora di più di quanto stanno già facendo come mediatori di pace, per una cessazione del conflitto Russia-Ucraina, e affinché facciano uno sforzo maggiore rispetto a quello mostrato finora, intervenendo per far cessare le speculazioni finanziarie sui mercati, e per introdurre urgentemente misure di sostegno, come la riduzione del cuneo fiscale, che sicuramente aiuterebbe imprese e lavoratori. Ci rivolgiamo anche alla catena di fornitura per invitarne tutti gli attori ad evitare le speculazioni, e ai nostri clienti, per invocarne la comprensione di fronte a possibili aumenti del prezzo finale dei prodotti anche per le commesse in corso”.



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